














Tutto cio che concerne l'Architettura e le sue diramazioni nella vita di tutti i giorni





































Laureata in Scienze Biologiche presso l’Università dell’Aquila.
Dal 2009 è Direttore della Riserva Naturale Guidata “Sorgenti del Pescara”.
Iscritta dal 1999 all’Ordine dei Giornalisti, Elenco Pubblicisti, realizza negli anni una serie di articoli su riviste di settore riguardanti l’ambiente e la cultura. Il binomio “natura/cultura” è diventato un elemento cardine della sua attività.
<<La Riserva Naturale “Sorgenti del Pescara” è una delle aree protette più antiche d’Abruzzo, istituita con Legge Regionale n. 57 del 31 ottobre 1986.
Rappresenta per noi “addetti” al settore un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, e più generalmente un orgoglio per tutti i cittadini abruzzesi, il cui valore non si limita ai confini italiani ma costituisce un vero e proprio patrimonio comunitario>>
<<Esistono una serie di elementi bioindicatori, ossia componenti faunistici e vegetazionali all’interno di specifici habitat.
Nel caso delle zone umide è sicuramente un bioindicatore il gambero di fiume (“Austropotamobius pallipes italicus”), molto diffuso in tutti i corsi d’acqua della zona fino alla seconda metà degli anni ’70 e che ha rischiato l’estinzione a causa di una grave patologia causata da un fungo saprolegnale, l’”Aphanomyces astaci”.
Posso menzionare poi la “Trota fario” che conserva ancora le sue caratteristiche di autoctonia ma di antica provenienza atlantica, oppure le molte specie di uccelli, circa 110, tra stanziali e di passo.
Sicuramente è da annoverare al nostro costante lavoro di ricerca la scoperta di una nuova specie di crostacei ipogei, il Niphargus, proprio nell’habitat delle “Sorgenti del Pescara”. In sintesi ci occupiamo di un ambiente molto piccolo ma con alta biodiversità, che si estende non solo alle specie animali ma anche a quelle vegetazionali, tra cui spiccano le numerose piante igrofite.>>
<<più che quali interventi effettuare dovrei meglio dirti “quali non effettuare”.
Da biologa ti dico che, come probabilmente saprai, la natura ha un’alta resilienza e intervenendo in modo intrusivo o peggio, errato, si potrebbero innescare effetti a catena estremamente pericolosi per l’equilibrio della Biosfera. Nel nostro caso la riserva è vicina a elementi potenzialmente dannosi, quali il centro abitato e infrastrutture stradali e ferroviarie a cui noi dobbiamo fare estrema attenzione.
Per farti un esempio, anche le piante ed il legno morto che giacciono a terra vengono lasciati li per mantenere inalterate le funzioni che svolgono durante la loro decomposizione; lo scopo è: intervenire in maniera meno invasiva possibile. Ogni intervento è inoltre sottoposto a “Valutazione di Incidenza Ambientale”, poiché ci troviamo all’interno di un sito di interesse comunitario (“SIC”). >>
<<Certamente.
Esiste ed è definito dalla Direttiva “Habitat 92/43 CEE” redatta dal Consiglio delle Comunità Europee, in quanto parliamo di un sito “SIC”; le “Sorgenti del Pescara” rientrano quindi in un sistema comunitario molto ampio.
Inoltre, a livello comunale la riserva di per sé ha un regolamento ancora più ristretto; ti cito a tal proposito il Piano di Settore del “SIC” che noi stessi abbiamo redatto in seguito allo studio e all’interpretazione svolti sulla Direttiva Comunitaria; ad oggi però siamo in attesa di approvazione ed adozione del piano stesso. >>
<<Assolutamente si. portiamo avanti numerose collaborazioni con le facoltà universitarie, poiché gli studi vengono fatti con la cooperazionee di facoltà di settore. Negli ultimi anni stiamo sviluppano connessioni anche con università straniere, proprio perché tuteliamo un prezioso scrigno di biodiversità stimato in Europa e nel mondo. Ci sono poi delle ricerche congiunte che svolgiamo con alcune associazioni ambientaliste, quali Legambiente e WWF.>>
<<Il discorso è complesso, ma ti cito innanzi tutto i Piani Paesaggistici e la legge Galasso, che come tu saprai, attraverso le loro norme urbanistiche regolamentano la costruzione di strutture in prossimità dei beni ambientali.
Nel nostro caso esiste una struttura lontana dal fiume, ottenuta attraverso un finanziamento, in cui si sta costruendo un laboratorio di idrobiologia, elemento che può rivelarsi interessante anche nel tuo caso specifico.>>
<<Attualmente stiamo provando a fare il possibile.
Le prime missioni sono quelle della tutela e della protezione ma abbiamo in cantiere una novità interessante: parlo di un “impianto di acqua fonica”, strumento specifico per l’allevamento di specie animali e vegetazionali autoctone innovativo ed unico nel settore; si tratta di un impianto a circolo chiuso ad altissima tecnologia che spero possa contribuire ad un ulteriore passo avanti nell’ambito di conservazione e innovazione, due parole chiave per noi.>>
EROSIONE E SEDIMENTAZIONE

I concetti di erosione e sedimentazione non sono semplici processi geologici. Complementari tra loro, asportano materiali da un’area della superficie terrestre e li depositano altrove.
Prima di essere depositato, il materiale eroso è generalmente trasportato per un certo tempo e per una certa distanza, spesso dallo stesso agente che ha prodotto l’erosione. Le attività dell’uomo hanno causato una massiccia erosione del suolo con il trascorrere delle epoche, generando tracce, segni indelebili e quindi palinsesti.
La loro logica si estende oltre i semplici confini dello “sterro archeologico” e dei “diagrammi” Eisenmaniani , facendo propria la tecnica del “blurring” in modo arbitrario ed originale: si incarnano in un Chora del tutto nuovo uscendo dallo schema tradizionale di oscillazione, in cui il movimento risulta qui circoscritto all’interno di un arco temporale estremamente maggiore rispetto al frangersi delle onde sul bagnasciuga.
Tutto ciò va perciò a legarsi a un movimento notevolmente prolungato nel tempo, quasi impercettibile ma continuo, che si connette ed altera la morfologia di un luogo influendo sui concetti di diagramma e palinsesto.


Non rimuovere ma affrontare.
Alla base di questo ragionamento Peter Eisenman compie un’evoluzione personale e professionale notevole, superando gli incompresi dogmi del PostMo ed in particolare una crisi identitaria in quanto persona e architetto; Sembra quasi operare su sé stesso, in maniera coraggiosa, la formula che muove la psicoanalisi di Jacques Derrida: <<Non buttiamo via le cose che rigettiamo o che ci preoccupano o ci creano ansietà, cerchiamo di capire perché le vogliamo eliminare>>.
Lo strumento per questo lavoro di comprensione si chiamerà tracciato: reticoli spaziali ordinatori, griglie complesse e stratificate come un palinsesto; il tutto costituisce un vero e proprio “sterro archeologico”. Il fuoco è al futuro, ma attraverso un’idea tutta concettuale di luogo, il passato non è cancellato. Bisogna però cercare altre direzioni: alle scoperte delle griglie, dello sterro archeologico, del “between”, che rappresentano delle effettive acquisizioni portanti del suo lavoro, e a ricerche laterali, come quelle sull’algebra booleana, i frattali o le suggestioni biologiche, Eisenman aggiunge una tecnica che da una risposta finalmente innovativa ad un vecchio problema architettonico: il movimento.
Spazio è tempo, lo spazio si misura con il tempo così come energia è massa. In piccolissime particelle di materia è nascosta un’energia misurabile con la stessa dimensione temporale con cui solo possiamo misurare le galassie. Insieme a queste idee si associa la velocità quale dato strutturante la società industriale; cosicché le prime architetture che tenteranno di affrontare il tema del movimento saranno quelle dell’italiano Sant’Elia, quelle del Costruttivismo russo o di Mendelsohn e la Bauhaus di Gropius, la quale mostra con assoluta evidenza come un edificio possa essere percepito solo attraverso il movimento. Ora Eisenman, attraverso il suo incessante cercare, scopre una tecnica mai utilizzata prima in architettura; si tratta del Blurring o “sfocamento”. Il movimento diventa dunque l’ispirazione “concettuale” e allo stesso tempo la “tecnica” con cui organizzare un nuovo modo di progettare. L’origine è individuabile in due opere in particolare: di Giacomo Balla è il Dinamismo di un cane al guinzaglio, mentre l’altra immagine universalmente nota è il Nudo che scende le scale di Marcel Duchamp. Una serie di sovrapposizioni della figura come in un fotogramma scattato con un tempo troppo lungo in cui i singoli movimenti sono sovrapposti.


Il Blurring fa la sua prima apparizione in un progetto di casa unifamiliare redatto nel 1988: si tratta di Casa Guardiola a Santa Maria del Mar, sulla costa di Cadice. In questa piccola perla estremamente curata Eisenman fa reagire molteplici suggestioni; affronta il concetto classico di Topos come segno stabile dell’urbanesimo militare romano, ricordando inoltre che una componente del mondo d’oggi è <<avere una complessità dialettica estremamente più sofisticata per cui il concetto di luogo deve contenere il concetto del Non Luogo (“una logica che contiene l’illogico”)>>. Scavando nelle profonde radici filosofiche, l’architetto statunitense ricorda il concetto platonico di Chora come qualcosa che c’è e non c’è allo stesso tempo. Chora è come le tracce del mare sulla sabbia: le onde sulla spiaggia cui guarda questa casa, non sono un oggetto nello spazio “ma soltanto la registrazione di un movimento” che poi sarà cancellato e riscritto. Le tracce regolatrici, le memorie degli sterri archeologici si trasformano ora in questa impalpabile presenza/assenza ogni volta riproposta attraverso la fragile presenza di un movimento.

E’ però nel progetto del College of Design Architecture and Planning a Cincinnati che Eisenman perfeziona la tecnica messa a punto con la Casa Guardiola; qui egli usa in un programma complesso alcune delle idee che ha sviluppato negli ultimi anni: presente è il concetto dello spazio “tra” le cose, quello dello scaling, ma senza dubbio l’idea base è quella scoperta sulla spiaggia di Cadice nella Casa Guardiola.
Il progetto deve rispondere a una doppia esigenza: riorganizzare gli spazi della facoltà esistente ed edificare altre attrezzature (biblioteche, sale, mostre, teatri, studi, uffici) che ne raddoppino quasi la superficie utile.
La prima idea è relativamente semplice.
Alla struttura preesistente, che si muove formalmente a zig-zag sul terreno, viene aggiunta una struttura ad andamento ondulato che contiene le nuove attrezzature.
L’idea geniale scatta però nel momento in cui Eisenman, memore del progetto di Cadice, applica la tecnica del Blurring simultaneamente al nuovo fabbricato e a quello esistente; entrambe le geometrie di base creano un moto ondulatorio doppio: uno geometrico, l’altro fluente e armonico.
Tali geometrie, attraverso incastri, sottrazioni e intersezioni reciproche dettano la conformazione dei nuovi spazi, dei volumi, dei percorsi e del verde, in un risultato estremamente innovativo e interessante.



E’ fondamentale dunque riconoscere l’importanza del Chora platonico nella configurazione del Blurring.
Il nucleo di questi movimenti di traslazione e ondulazione, che in maniera iterativa generano gli spazi esterni ripercuotendosi all’interno, è infatti qualcosa di illogico e logico al tempo stesso; nei tempi odierni il Chora può assumere sfaccettature e sembianze variegate e, addirittura, incarnare significati anche più forti di quelli concepiti da Peter Eisenman.
Cosa significa per me imprinting? Imprinting è quella parola, o meglio, quel concetto che risiede oltre la semplice definizione scientifica; Un concetto difficile da esprimere, che proverò a mettere a fuoco partendo con il “raccontare”
Raccontare dunque quali siano i luoghi o le esperienze che hanno segnato il proprio essere è come mettere a nudo se stessi, liberarsi e condividere ciò che di più intimo abbiamo, con persone che probabilmente non sono in grado di coglierne sfumature, sensazioni, impressioni, ma alle quali è possibile trasmettere qualcosa di personale.
“Si parte” ; con queste parole pronunciate da mio nonno era solito cominciare il viaggio in autostrada, metafora di una vita vissuta sempre in fretta e senza sosta, in cui facciamo molta difficoltà a fermarci, a riflettere e contemplare ciò che ci circonda. La destinazione è Fiumefreddo Bruzio, un paesino di poche anime in provincia di Cosenza.

Proprio mio nonno, co-protagonista di mie numerose avventure d’infanzia, è originario di Fiumefreddo. E’ da qui egli decise, all’età di 18 anni, di avventurarsi in una Roma sconosciuta e troppo grande per un povero ragazzo di campagna. Non per questo decise di demordere (in fondo è proprio grazie alla sua testardaggine che io ad oggi sono qui a riflettere sul mio breve vissuto), ostinato e testardo come tutti i calabresi, un popolo a mio avviso estremamente generoso ma troppo offuscato dall’orgoglio per comprendere le bellezze da cui è circondato.
Le bellezze effettivamente erano innumerevoli, me ne accorsi fin dai primi attimi. Un orizzonte di un azzurro raro, ai miei occhi sconfinato, ci accompagnava già dagli ultimi tratti di strada prima di giungere a casa; una vista troppo bella per un pargoletto di appena 3 anni troppo abituato al grigiore della periferia romana. Questo mar Tirreno che sembrava brillare a contatto col soffice abbraccio dei raggi solari, per fondersi poi con il bagnasciuga fatto di piccoli sassi e pietre. E’ proprio al mare che collego i primi ricordi, dove in maniera sfocata ancora mi vedo a cercare delle pietre particolari con i nonni, facendo a gara a chi trovasse quella più pregiata; dove mi immergo in un’acqua cristallina (il cui unico difetto era di diventare immediatamente profonda a pochi passi dalla riva); ricordi che riecheggiano e che mi mostrano le prime immersioni con maschera e boccale, con l’intento di vedere i pesci più disparati e le profondità del fondale marino.

Ma era voltando le spalle al mare quasi in maniera irrispettosa che notai la meraviglia più grande. Improvvisamente il blu e l’azzurro, mescolatisi con i colori tenui della riva, lasciarono spazio ad un paesaggio del tutto diverso; una grande distesa rupestre dove predominavano i colori pastello dal marrone chiaro al verde scuro. Adagiato sullo strapiombo di un pianoro c’era Fiumefreddo Bruzio, dando mostra di uno spettacolo di solitaria fierezza e di antico retaggio storico di borgo medievale, scrigno di storia e inestimabile valore culturale (dal 2005 inserito stabilmente nella classifica dei “Borghi più belli d’Italia”). Ma, ahimè, tutto ciò non sfiorava ancora il mio interesse; di fatto questi valori storico culturali me li creai in maniera spontanea nell’esatto momento in cui passavo per la prima volta la “porta di Susa”, punto di accesso al paese. Tutto sembrava improvvisamente avulso dalla realtà, fiabesco anche per un bambino della mia età.

Percorrendo le vie del borgo quasi fosse una processione, in cui le varie tappe erano costituite dalle visite ai parenti nelle loro attività di ristorazione, ammiravo bellezze sempre nuove, dalle chiese alle varie opere d’arte che l’artista Salvatore Fiume disseminò nel paese per rivitalizzarlo nel corso degli anni ’70. Ancora una volta tornò il tema del tragitto, con un inizio ed un punto di arrivo; a differenza degli sfocati viaggi autostradali colsi però qui per la prima volta il senso di sosta, assaporando e godendo di tutto ciò che di intermedio vi fosse.
Il punto di arrivo era ovviamente la Torretta, una grande terrazza luogo di ritrovo per i cittadini locali, impreziosita dal palazzo comunale e da una particolare statua di Fiume, raffigurante una donna “in carne” mentre cavalca un’onda su di una tavola da surf. (La cosa buffa è che fin da bambino associai questa curiosa donna alla figura di mia nonna, data la somiglianza; non nascondo di aver rischiato anche qualche schiaffone per averglielo fatto presente, con tanto di risate spontanee che non avrei potuto trattenere). La Torretta, antico punto di avvistamento strategico, divenne ben presto la “mia” vedetta; li mi soffermavo ad osservare la distesa di luci delle case dello scalo (o “scaro” in gergo) quasi come fossero stelle proiettate sulla terra. E poi? e poi oltre di esse il buio, un buio netto senza soluzione di discontinuità con il cielo notturno. Ricordo di averci messo un pò per capire che fosse il mare; non può una cosa così luminosa e brillante tramutarsi in una massa incolore del genere, pensai innocentemente.


Ed è così che tutto, come fosse un ciclo eterno, tornò laddove era iniziato, dal mare alla montagna, dalla montagna al mare. Capii per la prima volta che le cose non erano tutte lineari come un viaggio in autostrada, ma potevano avere differenti sfaccettature (la superficie montuosa che accoglie il paese) o assumere addirittura forme cicliche e continue.
Questo mi portò a comprendere il valore del punto di vista, della diversità come punto di forza di un luogo clamorosamente dissimile dalla realtà che mi circondava nel quotidiano. Un luogo senza dubbio Incontaminato e privo di imperfezioni al primo sguardo (ovviamente già dal secondo mi accorsi che non era affatto così, ma d’altronde stiamo parlando di imprinting e quindi di prime impressioni); un contesto Stratificato e multidimensionale dove la sfera marittima, quella montuosa, quella culturale così come quella enogastronomica (basti pensare che vino, soppressata e polpette di melanzane sono considerate sacre) si fondono all’interno di un unico sfondo paesaggistico racchiuso in pochissimi metri.
Dunque, nonostante quasi ogni estate io ami tornare in questa mia terra di “origine” tentando di riassaporare determinati cibi, di ammirare determinate cose o di percepire certi odori, mi rendo conto che mai più sarò in grado di rivivere le emozioni vissute quella fatidica “prima volta”. Cos’è quindi l’Imprinting se non quel pacchetto di emozioni e stupore, talmente grande che provoca in noi una sottospecie di frustrazione al solo riconoscere che non saremo più in grado di emularle?

















